“P” come Poesia

Il Sillabario, nell’imminenza del Natale, s’interroga sulla poesia. La lettera, stavolta, è quindi la “P”.
Fiumi d’inchiostro sono stati spesi sul senso della poesia nel postmoderno, a partire dalla fatidica frase del filosofo Adorno, secondo cui dopo Aushwitz la poesia non sarebbe stata più possibile. E, tuttavia, pur nella comprensione del grido di dolore del pensatore tedesco, la poesia ha continuato a vivere, sia pure sperimentando nuovi linguaggi e nuove tecniche espressive.
La sua portata rivoluzionaria, la sua “polisemicità” consistente nel dire di più di ciò che le parole sembrano voler dire, il suo essere “qui e oltre” ha continuato a porci domande e a lasciarci andare alla musicalità, sia pure atonale, del verso, alla ricerca di un linguaggio che va oltre il lirismo per porre domande invece che fornire consunte risposte.
E così, nell’imminenza del Natale, data pregna di tanti significati e che ognuno declina al suo interno in modo diverso: dalla religiosità alla malinconia dell’infanzia, dal calore della famiglia al viaggio introspettivo di fine anno, ho pensato di donarvi una poesia che lega alla parola al bambino. Legame a prima vista azzardato e invece, a ben guardare, assai intimo poiché la poesia è immagine che si fa parola e la parola quando nasce è piena di prospettive e di desideri, come proprio come i bambini che si affacciano al mondo.
Buon Natale e buona poesia a tutti, allora, con l’auspicio che vi sia sempre una rinascita pur nel fardello aggrovigliato delle nostre, a volte stanche, vite adulte.
Fiaba della poesia senza parole e del bambino.
C’era una volta una poesia in versi liberi e sciolti,
così liberi e sciolti da rincorrere l’utopia di essere scritti nelle foglie sospinte dal vento,
non sapeva in realtà di esserlo
ma lo era ben di più di quelle che si vestivano a festa e andavano nei concorsi di bellezza
come cani imbellettati alla fiera della vanità.
Era nata così, per caso, senza avere studiato regole metriche e
le diavolerie che chi fa poemi sulla poesia vende al banco della complessità esibita.
No, lei sentiva,
era intuito, gioia e sofferenza,
passione, gioia e volo.
Se ne andava in giro per le vie oscure
e sedeva all’angolo dei musici di strada,
delle anime senza governo e degli stracci con dentro corpi sporchi e lucenti.
Ogni giorno si arricchiva di un verso
con la luce degli occhi
dimenticati,
con il buio dei dolori assorti
e l’ombra del ristoro.
Quando pensò
di essere già cresciuta
si recò al mare,
si lasciò andare
e disperse le parole frantumate
nel vento.
Perché fai così
disse un bambino,
l’unico che era rimasto a fissarla e non provava vergogna a parlare alle parole nel vento.
Perché le parole cresciute
sono parole morte, rispose la poesia,
così come le vite
che rimangono sulla sponda
del fiume che scorre.
Il bambino non capì bene,
non era una novità per lui.
Decise di seguirla, era diversa da tutte le altre che lo costringevano
a studiare a scuola sotto il peso ingombrante dei mostri del dovere travestiti da parafrasi.
E così la poesia che non sapeva di esserlo
e il bambino che voleva saperne di più
s’incamminarono
tendendosi la mano
con gli occhi pronti a farsi parola nuova.
Fabio D’Anna
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