Immigrazione, 17° anniversario della strage del Serraino Vulpitta

Rabah, Nashreddine, Jamel, Ramsi, Lofti, Nasim, sono i nomi delle sei povere vittime della strage del “Serraino Vulpitta”, il centro di permanenza temporanea di Trapani, di cui ricorre oggi il diciassettesimo anniversario. Era la notte tra il 28 e il 29 dicembre, quando alcuni ragazzi che si trovavano all’interno della struttura, aperta nel luglio del 1998, dopo un tentativo di fuga vennero bloccati dalle forze dell’ordine all’interno di una stanza e chiusi con un blocco di ferro. Purtroppo ad uno di quei ragazzi, per protesta e per cercare di far aprire quella porta, venne in mente di dare fuoco ad un materasso, e in quel posto dove dovevano trovare “accoglienza” temporanea quella stessa notte tre ragazzi, tutti di origine tunisina, morirono bruciati vivi, mentre gli altri finirono i loro giorni in ospedale dopo mesi di agonia. Il processo che vedeva imputato l’allora Prefetto di Trapani si è chiuso con due assoluzioni.
La struttura era totalmente inadeguata alla detenzione di persone in attesa di espulsione, e in merito sono state raccolte diverse testimonianze, di chi avevano visitato il centro Vulpitta. Appariva chiaro che c’erano delle responsabilità, ma nessuno ha pagato per quanto successo e anche quando il Tribunale Civile di Palermo ha riconosciuto la responsabilità dello Stato per i danni sia morali che patrimoniali subiti da due immigrati sopravvissuti all’incendio, non è stata comunque accertata alcuna responsabilità personale. Nel corso del dibattimento si è assistito a continue contraddizioni e a rimbalzi di responsabilità tra i diversi esponenti delle forze di polizia che non fecero altro che confermare le negligenze, come la mancata apertura delle uscite di sicurezza, e i ritardi nei soccorsi. Ma nonostante questi fatti oggettivi nessun componente della Commissione ministeriale che autorizzava in quel periodo l’apertura dei CPT in Italia è stato mai chiamato in causa.
Negli atti dell’ordinanza di rinvio a giudizio era chiaro però come la struttura non era dotata di impianto antincendio né di scale per l’uscita di emergenza e per questo si chiedeva al Prefetto dell’epoca – con una nota inviata dal Ministero dell‘Interno – di adoperarsi per realizzare quelle opere e mettere a norma il centro. Purtroppo non se ne fece nulla e si arrivò alla tragica sera del rogo con appena due estintori per tutto l’edificio. I poliziotti che hanno testimoniato nel corso del processo hanno detto di avere cercato di spegnere il fuoco con gli estintori in dotazione sulle loro auto.
L’anniversario della strage del Serraino Vulpitta, a diciassette anni distanza dovrebbe fare riflettere più che mai sul valore e l’importanza dei centri di accoglienza, affinché non diventino dei “lager”, come è accaduto, e più in generale sul tema dell’immigrazione dal momento che non è cambiato molto dal lontano 1999. Nonostante le operazioni più o meno umanitarie della comunità internazionale, si continuano a registrare quasi quotidianamente tante, troppe vittime, tra chi fugge dalla propria terra per cercare un futuro e una vita nuova.
Il racconto di Amin, uno dei sopravvissuti della strage del Serraino Vulpitta, rilasciato alcuni anni fa ai documentaristi Martino Lo Cascio e Igor d’India:
“Salii su quella barca mezza allagata, con i bulloni del motore sparsi per tutto lo scafo…in inverno. Il mare era gonfio ed eravamo tantissimi a bordo. Fu un viaggio lunghissimo. Dopo essere sbarcati in Sicilia ci portarono prima ad Agrigento e poi a Trapani al CPT Vulpitta. Era un ex ospizio adattato a centro di accoglienza. Ma in pochi giorni capimmo che eravamo prigionieri e che non aspettavamo altro che essere rimpatriati. Mangiavamo tutti i giorni pasta e pomodoro e vivevamo in condizioni igieniche pessime. Io posso certificare che durante la permanenza nel CPT ho contratto la scabbia e ho avuto i pidocchi. Scoppiavano rivolte in continuazione, nessuno voleva tornare a casa dopo quel viaggio! Un giorno alcuni di noi smontarono un termosifone e riuscirono a trovare una via di fuga dal buco nel muro. Ci calammo usando delle lenzuola legate tra loro, ma l’ultimo della fila cadde rovinosamente e si fratturò un piede. Ci circondarono le guardie. Erano ragazzini, terrorizzati, come noi. Fummo tutti chiusi nuovamente nelle celle e la nostra fu sprangata dall’esterno con una grossa barra di ferro. Il più irrequieto del gruppo decise di appiccare il fuoco a un materasso per costringere le guardie ad aprire. Me lo sentivo che sarebbe andata male. Cercammo di convincerlo a non farlo, ma lui agì di testa sua. Riuscimmo a spegnere l’incendio una volta, ma la seconda il materasso diventò una torcia. Nella stanza c’era una certa corrente d’aria e in pochi minuti tutti i materassi, fatti di materiale sintetico, presero fuoco e poi anche le persone. Eravamo in dodici nella mia cella. Non c’era via di scampo. Le fiamme ci avvolsero completamente, uno per uno. Mi lanciai contro le grate della finestra. Le mani mi rimasero incollate al ferro rovente! Gridavamo aiuto. I due fratellini di quello che aveva appiccato il fuoco morirono abbracciati sotto una branda, carbonizzati, fusi tra loro. I poliziotti urlavano di non avere le chiavi e noi continuavamo a bruciare vivi. Poi vidi la porta che si sbriciolava, attraverso il fumo, e decisi di correre fuori. Non sapevo che c’era una sbarra di ferro a ostruire il passaggio. Caddi per terra colpito all’altezza del petto da quel ferro incandescente. Urlai a tutti di non tirarmi acqua addosso. Dentro la cella c’era ancora fumo e puzza di carne bruciata. Nessuno ci venne a salvare. Io non so che merito ho per essere sopravvissuto e perché gli altri sono morti. In sei sono morti. Alcuni dopo settimane di agonia in ospedale. Non c’erano neanche estintori. Ho gli incubi la notte. Non posso neanche andare al mare, mettere una canottiera, perché le mie ustioni mi ricorderanno sempre quella notte. Oggi ho un lavoro, grazie a Dio posso mantenere la mia famiglia, ho comprato anche un camioncino per fare le consegne e sto bene. Mia figlia non deve vivere come ho vissuto io”.
 




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