Avocado e banane in Sicilia: il caldo cambia l’agricoltura

di Elena Manzini
REDAZIONE, 31 OTT – Per effetto dei cambiamenti climatici la coltivazione dell’ulivo in Italia è arrivata a ridosso delle Alpi; nella Pianura padana si coltiva oggi circa la metà della produzione nazionale di pomodoro destinato a conserve e di grano duro per la pasta, colture tipicamente mediterranee. Mentre in Sicilia, a Giarre ai piedi dell’Etna, si coltivano i primi avocado made in Italy, frutto tipicamente tropicale e a Palermo si riescono addirittura a produrre le prime banane nostrane.
E’ quanto afferma la Coldiretti dopo l’allarme dell’Organizzazione meteorologica mondiale(Omm) sulla concentrazione media di anidride carbonica (Co2) nell’atmosfera, che ha raggiunto il traguardo di 400 parti per milione (ppm) nel 2015. Al quale ha fatto seguito un 2016 che si classifica come l’anno più caldo di sempre a livello mondiale, da 137 anni fa quando sono iniziate le rilevazioni, con la temperatura media registrata nei primi nove mesi sulla superficie della terra e degli oceani addirittura superiore di 0,89 gradi celsius rispetto alla media del ventesimo secolo secondo la banca dati del Noaa, il National climatic data centre che rileva le temperature sul pianeta dal 1880.
Gli effetti del cambiamento si avvertono anche in Italia dove il 2015 si è classificato come l’anno più caldo della storia, da quando esistono i rilevamenti secondo le elaborazioni Coldiretti su dati Isac Cnr.
L’effetto congiunto dei cambiamenti climatici e della  globalizzazione degli scambi ha portato peraltro alla diffusione in Italia di parassiti “alieni” mai visti prima che si sono accaniti sulle produzioni nazionali, dalla Xylella degli ulivi al Cinipide galligeno che ha decimato le castagne, dal Punteruolo rosso che ha fatto strage di decine di migliaia di palme alla Tristeza degli agrumi e molti altri come testimonia la recente invasione nel Nord Italia della “Cimice marmorata asiatica” particolarmente pericolosa per l’agricoltura perché prolifica con il deposito delle uova almeno due volte all’anno con 300-400 esemplari alla volta.
A favorirne la diffusione è stato un autunno particolarmente caldo con la moltiplicazione degli esemplari che non hanno in Italia antagonisti naturali.
Ma il cambiamento climatico si fa sentire anche sui prodotti tipici. Il riscaldamento provoca infatti anche – precisa la Coldiretti – il cambiamento delle condizioni ambientali tradizionali per la stagionatura dei salumi, per l’affinamento dei formaggi o l’invecchiamento dei vini.
Una situazione che di fatto – continua la Coldiretti – mette a rischio di estinzione il patrimonio di prodotti tipici made in Italy che devono le proprie specifiche caratteristiche essenzialmente o esclusivamente all’ambiente geografico comprensivo dei fattori umani e proprio alla combinazione di fattori naturali e umani. L’effetto serra taglia la resa delle colture di orzo e luppolo per la birra in Belgio e Repubblica Ceca e anche i produttori di champagne francesi sono in allarme per l’aumento delle temperature di quasi 1,2 °C negli ultimi trenta anni nella zona di coltivazione, tanto che autorevoli studiosi hanno ipotizzato lo spostamento fino in Inghilterra della zone di coltivazione più idonee.
Il vino italiano è aumentato di un grado negli ultimi trenta anni, ma il caldo ha cambiato anche la distribuzione sul territorio dei vigneti che tendono ad espandersi verso l’alto con la presenza della vite a quasi 1200 metri di altezza come nel comune di Morgex e di La Salle, in provincia di Aosta, dove dai vitigni più alti d’Europa si producono le uve per il Blanc de Morgex et de La Salle Dop.




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