Mafia, confiscati definitivamente i beni di Patrizia Messina Denaro e Vincenzo Panicola

I beni di Vincenzo Panicola e della moglie, la sorella di Matteo Messina Denaro, passano definitivamente allo Stato: alla vigilia della sentenza di appello del processo che vede imputata, fra gli altri, Anna Patrizia Messina Denaro, la Cassazione conferma – dichiarando inammissibile il ricorso – che le società e gli immobili dei due coniugi, che hanno un valore di qualche milione di euro, vanno confiscati. Ora saranno assegnati per finalità sociali. La decisione è importante anche nel procedimento «Eden», quello contro la Messina Denaro (condannata a 13 anni in primo grado, a Marsala), in corso davanti alla terza sezione della Corte d’appello di Palermo: perché le aziende e i rapporti lavorativi e societari erano stati indicati dagli imputati e dai loro difensori come i motivi delle relazioni e degli scambi di denaro con altri imputati e indagati. Ora il fatto che vengano considerate di natura illecita rafforza le tesi dell’accusa, rappresentata dal pg Mirella Agliastro, che vede questi rapporti come illegali e finalizzati soltanto a finanziare, attraverso la sorella e il cognato, il superlatitante di Castelvetrano Matteo Messina Denaro. Il sequestro contro Panicola era stato proposto dalla Direzione investigativa antimafia di Trapani: riguarda aziende e capitali sociali di alcune ditte operanti nel territorio di Castelvetrano, intestate all’uomo e alla moglie, entrambi detenuti per mafia. La confisca riguarda la «Vieffegi service», la «Vieffegi impianti», la «Soropa» e il compendio aziendale della ditta individuale «Anna Patrizia Messina Denaro» che si occupa di attività di colture olivicole. Sequestrati anche un fabbricato, autovetture e rapporti bancari. Il provvedimento originario era stato emesso nel gennaio 2013 dalla sezione misure di prevenzione del tribunale di Trapani, su richiesta del procuratore aggiunto di Palermo Vittorio Teresi e del pm Paolo Guido. Poi era arrivata la conferma da parte della sezione specializzata della Corte d’appello del capoluogo dell’Isola e ora si è pronunciata anche la Cassazione. Attraverso la Vieffegi Service, Vincenzo Panicola si occupava delle pulizie all’interno del centro commerciale Belicittà di Castelvetrano, appartenente alla holding dell’imprenditore Giuseppe Grigoli, condannato definitivamente per mafia e che di recente ha subito la conferma in appello della confisca di un patrimonio da 700 milioni: anche lui è ritenuto prestanome di Messina Denaro. Panicola, la moglie e Grigoli sono legati da un episodio ritenuto fondamentale dal Tribunale di Marsala, nel processo costato alla donna la condanna a 13 anni oggi sotto esame in secondo grado: si tratta di una intercettazione ambientale e video in carcere, in cui, durante il colloquio col marito – presenti i figli e la suocera – Patrizia Messina Denaro gli avrebbe riferito gli ordini del fratello latitante, di non toccare assolutamente Grigoli, in quel momento (siamo nella seconda metà del 2013) sospettato di volersi «pentire». Ridendo e scherzando, per ingannare eventuali intercettazioni (che in effetti c’erano), la donna disse che, se picchiato, Grigoli avrebbe potuto fare «più danno assai» e dunque l’ordi – ne del boss era di non fargli nulla. Proprio la capacità della Messina Denaro di parlare, nel giro di pochi giorni, col fratello, l’uomo sicuramente più ricercato d’Italia, aveva indotto i giudici marsalesi ad essere molto severi nella condanna, che pure era stata per concorso esterno e non per associazione mafiosa, così come richiesto dall’accusa.
 




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