Caso Giambalvo, nuove accuse della Procura per l'appello. "E' vicino a Ruggirello"

 La procura di Palermo ha chiesto il ricorso in appello contro Lillo Gianbalvo, il consigliere comunale di Castelvetrano, arrestato due anni fa, poi assolto in primo grado e diventato famoso grazie alle sue frasi inneggianti il boss Matteo Messina Denaro.
“Se io dovessi rischiare trent’anni di galera per nasconderlo, rischierei” diceva intercettato Giambalvo. Per il Tribunale di Marsala però non c’era prova che Giambalvo facesse parte di Cosa nostra o che ci fosse un concorso esterno. Al massimo “una sorta di incondizionata adsione ai valori e ai fini di Cosa nostra”.
Per la procura di Palermo non è così – come riporta oggi Repubblica – e ha continuato ad indagare su Giambalvo, anche con le dichiarazioni di Lorenzo Cimarosa, il pentito della famiglia Messina Denaro. Emerge poi il collegamento con Paolo Ruggirello, il deputato regionale del Pd. “Giambalvo aveva un progetto d’intesa con Paolo Ruggirello” – scrivono i pm Agnello e Marzella nell’appello presentato contro l’assoluzione di Giambalvo che venne eletto nel 2012 proprio con la lista Articolo 4, di cui era leader Paolo Ruggirello, adesso passato al Pd. Il deputato trapanese ha sempre ridimensionato la conoscenza con giambalvo: “Faceva parte del mio gruppo ma non ci andavo mica a cena”. Per la procura di Palermo però, citando le intercettazioni tra il consigliere e lo zio boss Vincenzo Lo Cascio, questi colloqui erano “finalizzati a influire sull’esito finale delle elezioni amministrative a Castelvetrano e Campobello di Mazara”.
Giambalvo venne arrestato due anni fa nell’ambito di una delle tante operazioni antimafia a Castelvetrano, finalizzate a fare terra bruciata attorno al boss latitante Matteo Messina Denaro. Per due anni è rimasto in carcere, poi arrivò l’assoluzione in primo grado e il consigliere tornò libero e al suo posto in aula. Il suo ritorno sugli scranni del consiglio comunale suscitò molte polemiche, il caso del consigliere che inneggiava il boss fece il giro d’Italia. Una vicenda che portò alle dimissioni in massa del consiglio comunale ora commissariato.




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